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martedì 16 febbraio 2010

Zsuzsa ès Macska

Una sera di gennaio, freddo intenso, fitta nevicata.
Sono invitato a casa di miei due cari amici, se non nevicasse tanto probabilmente eviterei di prendere la macchina.
Eppure Budapest sotto la neve assume una connotazione particolare, diventa tutto più silenzioso, più romantico, più etereo.
La piccola Panda presa a noleggio pattina, svolta a destra poi a sinistra e poi ancora, in uno zig zag tra sensi unici ma alla fine giungiamo nella Prielle Kornélia utca.
Zsuzsa e Macska ci aspettano, parcheggiamo e saliamo al terzo piano di un moderno ma bel palazzo costruito da poco.

La casa dei ragazzi è accogliente, calda, ospitale.
Con loro ci si sente sempre a casa, come in famiglia. In ogni angolo sono presenti oggetti che riportano nei luoghi in giro per il mondo che loro hanno girato. Nepal, Perù, Bolivia, Indonesia, Thailandia e potrei andare avanti ancora.
Tutto però trova una sua dimensione, un suo posto d'elezione nell'apparente casualità della disposizione scelta dai padroni di casa. Era molto tempo che non ci vedevamo, io ero a Budapest quando loro erano in giro per il mondo, per assurdo una delle ultime volte che siamo stati assieme per più tempo è stato qui a Milano.
Tutto questo non fa che acuire il piacere di stare assieme, di parlare dei più svariati argomenti tra cui anche il loro recente matrimonio. La presenza di mia mamma inoltre non è assolutamente un limite come potrebbe essere per tanti gruppi di amici, lei è capace di integrarsi alla perfezione con noi, tra l'altro conosce Zsuzsa da quando era una bimba, non per nulla è la figlia dei vicini di casa di mia nonna a Budapest.
Lui il suo moroso, ok adesso è suo marito, ma per me rimangono comunque una coppia di amici di quelli preziosi perchè nonostante ci si veda poco è sempre come essersi lasciati da pochi minuti.
Mi accomodo sul divano a parlare di moto con Macska, mamma chiacchiera con Zsu mentre lei prepara la cena.
Una cena frugale, con deigli ottimi toast superfarciti e dell'insalata con uno squisito condimento con miele ed aglio( ok detto così per gli italici gusti sembra una schifezza, ma garantisco che una volta provata ha dell'insolitamente gustoso ).
Frugale la cena, ma la convivialità con cui l'abbiamo consumata non sarebbe paragonabile al miglior ristorante stellato del mondo. La fortuna di conoscere le persone giuste che ti fanno sentire parte di qualcosa invece di farti sentire un ospite.
Poi le foto del matrimonio, la felicità di parenti, la loro, Zsu in un favoloso abito bianco avorio, lui in camicia bianca e pantaloni neri, fiero di non aver mai messo una giacca in vita sua.
Io ho appena toccato l'ottimo vino che abbiam bevuto (maledetti antibiotici), l'allegria tuttavia cresce con il passare del tempo anche per me.
Quasi a fine serata ci raggiunge anche un loro amico, 30 secondi ed è come conoscersi da sempre anche con lui, la convivialità della serata contina...

Con loro è sempre, sempre così...

Amici lontani, cuori vicini.


Bucato


A volte è decisamente insolito come certi stimoli in certe situazioni ti portino a vagare con i tuoi pensieri in luoghi lontani nel tempo e nello spazio.

L'altra sera, una classica serata umida e bagnaticcia da inverno milanese mentre tornavo a casa sono passato davanti alla portineria di uno dei palazzi sulla strada per casa mia.

Ebbene un odore di bucato fatto da poco che in genere dovrebbe essere piacevole, invece questo non lo era a causa del detersivo usato. Non mi metterei mai indosso del bucato pulido con quell'odore.

Eppure lo strano è qui:
perchè le mie connessioni neurali mi hanno portato dove sto per portarvi??
me lo sto ancora chiedendo......

Tornare indietro nel tempo, di almeno 20 anni, e vedere dalle nebbie del tempo un'immagine di se sempre più nitida di una splendida mattinata di tarda estate.
le fronde di due alberi d'amareno a schermare un sole radioso in un cielo terso e senza l'ombra di una nuvola.
i suoni del lago in lontananza, il vociare di bambini e l'eco dell' sciabordio di sua immensità Balaton al contatto con la verdeggiante riva.

Sono in giardino sulla terrazza dove di solito mangiamo quando c'è bel tempo, ed osservo mia mamma e mia nonna mettere ad arieggiare la biancheria da letto la prima e stendere il bucato la seconda.

Scene di vita quotidiana di ancestrale ripetitività eppur sempre diverse nella loro consuetudine.
un muro di lembi di tessuto multicolore che ostacolano la vista sul vigneto, danzanti alla brezza mattutina.

Ho il fulmineo impulso nel desiderare una pesca, e di nascosto da mio nonno, era il solo autorizzato alla raccolta, mi dirigo attraverso il bucato. Mi fermo tra i due nastri gommati tesi tra l'albero e la casupola che svolge la funzione di cantina, un limbo largo appena 30/40 cm ove sparire in un profumo di fresco e dolce allo stesso tempo. Da allora identifico il profumo di pulito con quella sensazione con quell'odore e perchè no con quel sapore.

Rimando mio malgrado la raccoltadel succoso frutto estivo, per "archiviare" nella mia memoria questa sensazione di benessere.

Poi una voce mi risveglia, quella di mia nonna che mi chiama per quel "màlna szorp*" tanto dissetante quanto buono.

La pesca non è mai stata colta, in compenso però la sensazione del bucato appena steso non sarà mai cancellata.

Adesso non ricordo se ciò che sto per scrivere accadde lo stesso giorno ma sarebbe potuto accadere e sono due momenti strettamente collegati.

il sole estivo è una manna per i cuscini in piuma sul quale in ungheria si è abituati a dormire anche in estate.
ed è bizzarro vederli letteralmente crescere e gonfiarsi sotto i raggi solari.
una cosa che mi piaceva fare ed ho quasi sempre fatto, è riportarli in casa dopo un paio d'ore di questo benefico "trattamento" .
Il sole donava loro un profumo insolito quanto piacevole e la loro consistenza, beh, che dire erano dei palloncini di piumetta.
leggeri e soffici e tiepidi a causa del loro forzato riposo "abbronzante".

Sensazioni di casa, odori di vita vissuta, sprazzi di memoria.

* Sciroppo di lamponi

mercoledì 12 agosto 2009

Hazàm

Quest'anno non sarei dovuto andarci, eppure quella che è la mia patria natia sembra operare sottili sotterfugi per chiamarmi a se.

Sotto forma di una banale newsletter, trovo un volo a poco più di 70 € tutto compreso.
Saranno giorni brevi, intensi e ricchi di emozioni come sempre. Forse si andrà anche al Balaton. Temo questa cosa, temo di trovare il luogo dove sono cresciuto in numerose estati invecchiato dal tempo e dall'incuria. Temo che mi supplichi in qualche modo di aiutarlo a non perdersi nella nostra memoria.
La piccola casa sulla collina necessitava di un restauro già qualche anno fa, adesso non so in che condizioni la troverò senza quel continuo affetto e manutenzione dei miei nonni.
Nonna è anziana, non riesce più a dedicargli quell'energia che non ha più.
Noi siamo lontani più di 1300 km, in quento ai miei zii, vabbè meglio non commentare.
Leggendo Fantasmi di Pietra di Mauro Corona avverto, nonostante la sua storia sia diversa dovuta ad una catastrofe naturale provocata dall'uomo, sensazioni simili ogni volta che torno a Balatonvilagos.
Ogni volta una siepe, un recinto, un albero, un prato riportano alla memoria passate esperienze che suscitano emozioni forti..
Come reagirò stavolta!?

La mia Patria

venerdì 20 febbraio 2009

Oro liquido


Il pomeriggio quando sei ragazzino passa veloce, specialmente quando ti diverti se sei in vacanza.
Poi se sei al lago con i tuoi amici e con la tua famiglia tutto è serenità e nulla può turbare il tuo essere profondamente ragazzino.
Sono sempre stato un attento osservatore, nonostante l'età e questi granelli di memoria sono stratificati negli anni, dal ragazzino all'adolescente per finire all'uomo.

Del periodo dell'infanzia ricordo il fresco dell'erba della spiaggia atipica del Balaton sotto i piedi, l'insolito tepore dell'acqua quasi sempre torbida ma dagli effetti magici sulla pelle irritata, per finire con gli agguati benevoli che tendevo alle rane sugli scogli della spiaggia.



Del periodo dell'adolescenza invece ricordo l'inzio e la fine del periodo estivo.
in Ungheria la scuola comincia il 1 settembre e quindi questo mese al lago non c'è più nessuno e la natura risorge dai suoi nascondigli.
I cigni si fanno più intraprendenti, a rive piccoli pesci e saettanti bisce d'acqua danzano ipnotizzando l'osservante. Tutto è calma, l'aria sembra più pesante ed il ronzio degli insetti ancora numerosi visto la calura estiva s'ingigantisce facendo sembrare i propri sensi acuiti.



Del periodo da adulto invece sono le riflessioni, il fluire di pensieri associati a tutto quello che li hai vissuto, come sono cambiate le persone, quelli che non ci sono più, quelli che sono cambiati, e le cose che invece sembrano non cambiare mai.

Di queste ultime i tramonti del Balaton sono qualcosa di straordinario, frammenti d'oro fluido che mutano colore dal rosa salmone all'oro violento sino all'indaco del sole che scompare nelle colline di Badacsony. Mi piace immaginarlo che si ubriaca prima di un meritato riposo tra i famosi vigneti della zona...



Colori Mutevoli d'estate..

mercoledì 18 febbraio 2009

Discesa al lago (Balaton)

Il cielo è dell'aspetto che solo il Balaton sa dargli..
Azzurro con tanti ciuffi di panna montata che illuminano il pomeriggio estivo.
La brezza leggera che soffia dal lago accarezza il mio viso di pre adolescente.
Sono circa la tre del pomeriggio e dopo pranzo ci si prepara a scendere al lago.
la sacca colorata di mia mamma, i costumi femminili di mia sorella, l'immancabile total black del costume intero di nonna e di quello di papà. Nonno come al solito è dietro alla villetta nel suo amato orto e ci raggiungerà, forse, più tardi.
l'allegria regna incontrastata quasi come un'egemonica tirannia benevola.
lo stormire dei pioppi al lato della strada in discesa, le grida di gioia e divertimento in lontananza, il lago amplifica tutto come un'enorme cassa di risonanza.
Io e Diana che succhiamo avidamente il dolcissimo polline dai fiori di acacia, negli anni '80 si poteva ancora fare, le bisce saettavano attraverso la strada. Vedere un riccio o uno scoiattolo era la prassi come le libellule, piccoli velocissimi elicotteri tutt'intorno.
La strada che giunge all'attraversamento ferroviario è senza uscita, dritta come un fuso, villette tutte diverse con giardini fioriti oppure ordinati filari di vite.
Il nastro d'asfalto digrada verso il lago parallelelamente ad esso con la collina che diventa sempre più lieve, il prato che crea un cuscino verde tra l'asfalto ed i binari della ferrovia.
Un prato multiforme, a volte curatissimo e rasato come in un parco inglese, a volte selvaggio e lasciato a se stesso o meglio a madre Natura.
Un sorprendente microcosmo dove ho fatto tante piccole scoperte naturalistiche, da piccole cavallette ai bombi dal culetto bianco e peloso alle lucertole ai piccoli serpenti, insomma un piccolo mondo a parte.

Ma sto divagando, forse troppo...
Una curva a destra su uno stretto sentiero poi una a sinistra accanto alle traversine dei binari alla mia destra.
Alla mia sinistra la casa del ferroviere che tanti anni prima custodiva il passaggio,
un po come le case cantoniere sulle statali.
Quante albicocche ho colto in quel giardino, con le quali nonna produceva una marmellata con i fiocchi, uno di quei sapori che non ti scordi per la vita.
ma questa è un'altra storia, ancora..

L'attraversamento dei binari segue un rito tutto suo, è messo in un punto che non lascia molto tempo al riparare gli eventuali errori di valutazione ma in questo il lago aiuta sempre.
Nonostante sia in curva il treno si sente arrivare da lontano, i binari tintinnano sempre di più durante l'avvicinamento.

Poi un tunnel verde fino al lago tutto in discesa, da fare alla velocità della luce per l'attacco in massa di qualsiasi insetto che punge, favorito dal fresco e dall'ombra.
Arrivati giù il chiasso che si fa sempre più intenso, si sbuca davanti all'ingresso dei bagni pubbici, un grosso prato verde qualche panchina e le scalette per scendere al lago.
Un mondo umano variopinto: gli amici della spiaggia, il profumo del mais scottato che la grassa signora vende a grandi e piccini per pochi Filler, la frazione minuta del Forint, il fiorino, la moneta locale...
frammenti di vita vissuta...

martedì 14 ottobre 2008

Pioggia Estiva

Sono seduto sulla terrazza della casa dei miei nonni.
Il panorama è splendido, la collina sovrasta il lago il sole è ancora alto nel pieno di un pomeriggio estivo.
Osservo mio Nonno che falcia il prato oltre la strada, si gira verso di me e mi dice: “di a tua nonna di ritirare i panni, tra non molto pioverà”. Non faccio domande, mio nonno non amava essere contraddetto e corro ad avvertire nonna. Le do una mano a ritirare i cuscini messi sulla sdraio in legno che ogni volta che Nonna si accorgeva che la guardavo mi diceva : ”questa sdraio ha più di cent’anni”… chissà magari li aveva davvero.
Spostiamo cose dall’aperto al riparo del muro della casa e del tetto spiovente, al chiuso della sala da pranzo gli oggetti più delicati, la luce nel frattempo non è più diffusa, ha un colore livido, non credo ai miei occhi. I due amareni in giardino con le loro grandi cupole verdeggianti mi consentono solo a sprazzi di vedere oltre.
Corro verso il cancello del giardino per avere la vista sul lago come prima.. Il Lago è imbronciato, ciuffi bianchi lo ricoprono ed è passato da un bel verde ad un grigio piombo, il cielo fino a poco prima azzurro con nuvole sparse adesso sembra diviso in due, la parte scura e roboante di lampi e tuoni a prendere il sopravvento.
Le prime gocce d’acqua cominciano timidamente a bagnare tutto intorno..
L’odore dell’asfalto bagnato, delle piante aromatiche colpite dalla pioggia, della mia pelle fino a poco prima sudata.
Mi fermo d osservare i tre pioppi sul ciglio della strada, sembrano scossi come se fossero giovani fronde. Il vento li piega, li torce, li mette alla prova.
La pioggia è sempre più intensa, mi piace questa sensazione di fresco umido sulla pelle dei miei 10/12 anni. Guardo verso l’alto e spalanco la bocca alla ricerca di un sapore primordiale. Penso, così doveva essere l’acqua che i nostri antenati bevevano. Voglio conoscere il suo sapore, ed è un sapore buono.
La vista invece viene colta di sorpresa dalla visione di “lucido” che tutto ricopre, sembra che tutt’attorno sia stato passato uno spesso strato di lucido trasparente e che la luce cupa dei nuvoloni carichi d’acqua renda i contorni delle cose meno nitidi, tutto si confonde, tutto ha quel non so che di grigio che uniforma tutto.
Eppure è comunque una dimostrazione di forza colossale da parte di madre natura..
In una qualsiasi giornata di

Pioggia Estiva

sabato 11 ottobre 2008

UNICUM

La bottiglia è confortante, tonda, morbida con un collo sottile che culmina in un tappo cilindrico perfetto.
La forma sferica è interrotta solo per lo svaso necessario a farla stare in piedi. Unica nella sua forma, unica nel suo color verde translucido.
Il nome storico della famiglia ungherese che lo inventò più di 200 anni fa, 218 per l’esattezza. La famiglia Zwack, la croce latina dorata su campo rosso, anch’esso tondo han fatto si che si reputasse un elisir di provenienza elvetica. Invece a ben guardare un richiamo alla sua origine c’è, sulla capsula del collo della bottiglia una sottilissima ed ondeggiante bandiera Magiara ci ricorda con il rosso, il bianco ed il verde il luogo natale di quello che per me è l’amaro più buono che esista.
La scritta a rilievo sul retro della bottiglia sottolinea il fatto che sia un prodotto unico, UNICUM il suo nome.
Nel nome la peculiarità di questo Amaro con l’a maiuscola, non quelle semitrasparenti brodaglie dolciastre che molti bevono. Un amaro deve essere amaro, ma deve saper stupire.
È complesso, il suo sapore è frutto della sapiente miscela di 40 tra erbe aromatiche e spezie che rendono il suo bouquet unico, dapprima un carattere deciso, poi un il coinvolgimento dei sensi con note che ricordano gli agrumi e la cannella, speziato e fruttato quindi per poi arrivare ad un climax amaro, persistente e piacevolissimo. In questo mondo dove la globalizzazione impera ovunque fa notizia forse che l’Unicum venga prodotto da 218 anni quasi sempre a Budapest e quasi sempre nella distilleria di famiglia tra alterne fortune dovute alla fuga della famiglia Zwack dall’Ungheria durante la repressione del ’56 per rientrare in grande stile nel 1972 nella terra natia dove ha il suo vero posto..
Adesso il perché ho scelto di definirmi Doctor Unicum è forse chiaro….

Il Sacro Elisir dal Nero Colore


giovedì 9 ottobre 2008

Szantod

I preparativi sono sempre monotoni e ripetitivi qualsiasi attività ti appresti a fare, sembra insolito ma tutto sommato ci troviamo a essere schiavi di una lista di cose da fare prima di accingerci a farla.
Szantod Puszta sono appena 20 km di strada statale, un panorama ricco di dolci colline con boschetti isolati che interrompono la finta monotonia dei campi di girasole ormai pronti per la mietitura, com’è lontano nel tempo quel mare giallo di fiori, ognuno grosso come un piatto.. appena 2 mesi..
La strada ormai non è più la provinciale di Balatonvilagos, bensì la statale che porta a Siofok, il capoluogo di regione che dovremo oltrepassare per raggiungere Szantod.
Il turismo di massa ancora dorme placido quando noi ci muoviamo ed il traffico è praticamente inesistente.
Dall’alto della collina la statale sembra gettarsi nella pianura per poi accerchiare la città di Siofok aggirandola in un semicerchio che sembra non finire mai.. il tratto di strada che rimane per arrivare a Szantod invece sembra finire nel lago Balaton nei pressi di Zamardi a causa dell’attracco del traghetto per Tihany.
A quel punto mia sorella ed io siamo già in fibrillazione per quello che ci aspetta, un trekking di 4 ore a cavallo.
Unica incognita che cavalli avremo?? Il Borgo di Szantod Puszta è un monumento nazionale con gli edifici bassi ed allungati con i tetti in paglia e gli spessi muri imbiancati a calce. I paddock per i cavalli sono ampi ed i cavalli possono rincorrersi in giochi di agilità.
Ci avviciniamo alle scuderie e l’amazzone che guiderà il nostro gruppo in linguaggio a dir poco “condito” distribuisce le cavalcature, a mia sorella tocca uno splendido palomino, a me un piccolo cavallino nevrile.
Satan, un nome un programma. È uno shagya-arabo, un incrocio tra una razza autoctona ungherese ed un cavallo arabo, bel miscuglio di razze..
L’amazzone si raccomanda con me di stare in fondo al gruppo, non capisco ma mi adeguo..
La natura stupisce sempre come le persone, passiamo dalla campagna coltivata al bosco, al guado di un ruscello alla scalata di una collina per finire in una galoppata a perdifiato in un campo appena mietuto.
Impressiona come persone fino ad un momento prima chiassose possano improvvisamente stupirsi ed ammutolirsi al passaggio improvviso di un cinghiale prima e di un capriolo dopo..
Il passaggio dal campo al bosco da quasi alla testa , tutta quell’ombra e quel fresco sembrano una manna nel caldo di una mattina di metà luglio. La sosta a mangiare le more ed i lamponi direttamente dai rovi, un sapore così non l’ho provato mai più nella vita, lo conservo come uno dei miei ricordi più preziosi..
La discesa verso il guado con alcuni cavalli a cui l’acqua pare proprio non piacere. Satan invece non teme nulla ed anzi quel tronco che ostruisce la via viene saltato in scioltezza, incredibile come un cavallino di appena 1.50 mt al garrese possa esprimere certe doti fisiche. Imparerò qualche anno più avanti affinando le mie doti di cavaliere di cosa siano capaci questi animali formidabili.
Ma il bello deve venire, incominciamo a galoppare e dal ventre del bosco, dalla penombra luccicante che ci arriva attraverso le fronde degli alberi, li in fondo davanti a noi come un cerchio di luce violenta la fine di un tunnel naturale . Il bosco terminerà, mi chiedo che paesaggio ci lascerà intravedere.

Satan sembra inserire il turbo non riesco a trattenerlo, ed inesorabilmente mi trovo a superare la fila di cavalli davanti a me, si calma solo quando in pieno campo mietuto si ritrova a condurre il gruppo, non c’è dubbio a ripensare adesso al suo comportamento doveva essere per forza un cavallo alpha dominante..
Il rientro ha un non so che del sollievo, un tour di 4 ore in tutte le condizioni a cavallo è stancante per un ragazzino di 14 anni o forse meno. Specialmente se la cavalcatura ha fretta di rientrare in scuderia. Il tempo di dissellarla e comincia ad innervosirsi, non ne vuole sapere di farsi sciacquare i garretti mi tira uno strattone ed un calcio sulla rotula e poi fugge via nelle scuderie per mangiare.
Poi si dice che i cavalli non siano creature intelligenti e straordinarie…
Ormai siamo quasi all’anticamera del pomeriggio, le 12.30 passate, i nonni ci aspettano per pranzo alle 13.
Ci avviamo alla macchina euforici per la prima esperienza di questo tipo e rientriamo a casa per un pranzo in famiglia sotto l’ombra rinfrescante degli alberi di amareno del giardino.
Una mattina a Szantod Puszta.

martedì 7 ottobre 2008

Balatonvilagos

L’autostrada M7 continua in un lungo curvone a sinistra mentre imbocchiamo l’uscita di Enying, siamo a pochi kilometri da casa, ogni estate è stato così quando arrivavamo da Budapest verso il lago Balaton.
Il paesaggio è invitante, dolci colline verdeggianti, piccoli gruppi di alberi a formare boschetti che paiono errori di colore in una distesa di giallo e verde intenso dei girasoli e dei vigneti, il verde scuro degli alberi è un tono di rottura che movimenta uno schema tutto sommato preciso.
So che il lago è li dietro ma ancora non si vede, non lo si vedrà fino agli ultimi 500 metri di strada.
L’uscita dell’ M7, una salita leggera praticamente dritta se non fosse per una leggerissima pendenza a destra, l’incrocio, il cartello verde con le scritte Enying, Balatonalmadi Balatonaliga Balatonvilagos.
E verso quest’ultimo paese ch siamo diretti, attraversiamo l’incrocio con la statale per ritrovarci nella strada provinciale che si insinuerà nel paese.. Vigneti a destra e a sinistra ordinati verdeggianti quasi luccicanti alla luce diffusa del primo pomeriggio, i chiaroscuri sono talmente tanti che smetto di contarli, dovrei contare ogni foglia di ogni singola pianta .
Dopo un breve rettilineo la strada entra in Balatonaliga seguendo il declivio della collina insinuandosi tra le prime case. Villette mono familiari tanto comuni da queste parti. Poi quella curva secca a sinistra che si infila nel tunnel sotto la ferrovia, la controcurva, stavolta più dolce a destra il cartello che indica la stazione di Balatonaliga, stazione privilegiata durante la dittatura comunista dalla presenza di quello che era il resort per i membri del partito, allora anche i treni internazionali sostavano in quella piccola stazione dalle pareti giallo ocra e dal tetto di tegole rosse.
Lasciamo la stazione alla nostra destra per proseguire lungo una via in salita leggera con il paese alla nostra destra e i campi coltivati e la boscaglia alla nostra sinistra..
La svolta che porta alla posta, brutto edificio del passato comunista lungo e basso con accanto il negozio della catena alimentare ABC dove ogni anno sotto al tetto le rondini facevano i loro nidi..
Proseguiamo , superiamo anche la villetta del macellaio del paese, la sua bottega è li vicino in una parallela della strada che stiamo percorrendo.
Finalmente il cartello di Balatonvilagos, siamo arrivati, un ultimo incrocio a sinistra si va per Siofok, a destra si scende sul lungolago attraversando di nuovo la ferrovia, da qui invisibile, nascosta da una curva esagerata a sinistra con tanto di collina al lato sinistro della strada e gruppo di alberi ed edificio della stazione a destra. Il palo della luce è li a segnare imperterrito quel luogo come un gigantesco punteruolo conficcato nel terreno, la su struttura di cemento armato a garanzia della sua forza contro i tremendi venti che si scatenano durante le giornate di burrasca sul lago..
Noi proseguiamo dritti, la strada che digradava dolcemente verso l’incrocio altrettanto dolcemente prende a salire verso la cima della collina. Il gommista del paese sulla sinistra con la bianca casa ed i due bianchi Komondor ( cani da pastore ) a protezione del giardino; sulla destra la colonia estiva di uno dei tanti enti statali. Al successivo paleo della luce, due travi di cemento armato forato che si uniscono in sommità a mo di un’altissima “A” , la svolta nella piccola strada che mi separa dal lago..
Una villa con giardino pieno di alberi di melo che cominciano a regalare i primi risultati dell’impollinazione a sinistra, un appezzamento di terreno coltivato a noccioli a destra.
Arriviamo al nostro ultimo incrocio, un incrocio a T e li oltre gli alberi la grandiosità dal lago dall’alto della collina, il cielo terso e l’assenza di umidità ci permette di vedere la costa opposta.
Gli ultimi alberi hanno incorniciato questo splendido spettacolo quasi fossero i tendaggi di un sipario in un grande teatro di città.
Adesso la visuale è libera, alla nostra destra il lago, il termine della collina ad una ventina di metri, poi il dirupo verso i binari della ferrovia e via via verso il lago, a sinistra una schiera di case che si alternano una ad una sul ciglio della stradina dritta in discesa fino alla casa del dipendente delle ferrovie addetto alla sorveglianza dell’unico passaggio pedonale nel raggio di un paio di km.
La nostra meta dista appena 4/500 metri, percorriamo la strada tra siepi, ringhiere, cespugli ordinati di rose ed altre piante ornamentali, le macchine qui sono un raro elemento di disturbo e le persone passeggiano in costume sul nastro d’asfalto sena pericolo, la strada è cieca..
Siamo arrivati, il cancello verde, il prato appena tagliato l’albero di amareno sul lato della casa, la siepe sul lato opposto assieme ad altri 2 amareni che ombreggiano il patio.
La casa con il suo terrazzo sul lago i suoi muri in pietra termica sulla facciata la grossa finestra del soggiorno con quelle caratteristiche zanzariere verdi, la porta persiana del terrazzo a 4 elementi, il tetto asimmetrico spiovente, il cavo della luce e della tv che calano dall’alto del palo della luce.
I 3 colpi di clacson, i due visi familiari dei miei nonni che raggianti vengono ad aprirci…
Il suono della serratura, la calda sensazione della maniglia del cancello e finalmente l’abbraccio con la storia della mia famiglia…
ARRIVO A BALATONVILAGOS